mercoledì 18 ottobre 2017

Le partite IVA: ecco i nuovi poveri



L’Italia è pessima per tante cose, ma soprattutto per una, in particolare: aprire una partita IVA, una azienda o una attività nel Nostro Paese dovrebbe essere qualcosa da medaglia al valore. 

È la CGIA di Mestre a dipingere un quadro impietoso della situazione: le partite IVA sono i nuovi poveri. La crisi economica ha colpito più loro che non pensionati e dipendenti statali: una partita IVA su quattro è sotto la soglia di povertà, mentre per i dipendenti statali il rischio è di uno su cinque. 

Imprenditori, artigiani, liberi professionisti, lavoratori in proprio, padroncini, piccole attività: sono loro che hanno pagato, più di tutti gli altri, gli effetti devastanti della crisi, ancor più forti nel Mezzogiorno che al nord. Mentre quello dei lavoratori dipendenti è rimasto pressoché stabile (-0,3%), negli ultimi cinque anni il reddito di chi lavora in proprio è diminuito di 6.500 euro annui. Un dato ancora più allarmante se pensiamo che, mentre un lavoratore dipendente, in caso di licenziamento o di cessazione del suo rapporto di lavoro, può godere di ammortizzatori sociali (cassa integrazione, contributo NASPI, e via dicendo) un libero professionista o un imprenditore, quando cessano la loro attività, non dispongono di alcun aiuto: possono solo cercare di riciclarsi, magari trovando un nuovo impiego.

Con una pressione fiscale reale che si aggira sul 70% (ciò significa che, su 100 euro guadagnati, 70 spettano, in un modo o nell’altro, allo Stato, e con gli altri 30 si devono far quadrare i conti, pagare gli stipendi, reperire il materiale per l’attività, e via dicendo) lo Stato non aiuta sicuramente. 

Sempre più la libera impresa e i valori umani che questa Nazione può vantare vengono visti come limoni da spremere fino all’osso. Chi ha una azienda sa bene di cosa parlo. E non sono solo le tasse – già di per se altissime – a costituire un problema, ma anche tutto ciò che si è costretti a pagare in più, spesso imposte indirette. 

Vendere un mezzo aziendale, ad esempio, è una tragedia: il passaggio di proprietà può superare anche il migliaio di euro. Quale operazione tecnica da parte dell’operatore che non sia la pura e semplice modifica del nome all’interno del sistema informatizzato può giustificare una spesa del genere?

Altro esempio. Cambiare la sede legale di una azienda è un calvario: se viene spostata all’interno dello stesso Comune basta qualche centinaio di euro, altrimenti costa più di 1.200 euro, e non possiamo farlo da soli, ma dobbiamo avvalerci di un notaio che ovviamente, per questo disturbo, dovrà essere retribuito. Di nuovo: cosa giustifica un tale importo? Non sarebbe più semplice una procedura informatizzata con la quale l’Azienda possa autonomamente modificare, magari all’interno del sito della Camera di Commercio della provincia competente, la propria sede legale?

Voliamo più in basso. Parliamo di una visura aziendale, ovvero quel documento che è un po’ la carta di identità dell’attività (sede legale, volume d’affari, oggetto sociale, media di dipendenti), e che può servire per tantissime operazioni, come richiedere una fornitura di materiale, partecipare a delle procedure pubbliche, partecipare a dei bandi di gara, ottenere prestiti e finanziamenti dalla propria Banca. Ogni sei mesi la visura catastale “scade”: anche se nella azienda non vi è stata alcuna sostanziale modifica, anzi, anche se tutto è rimasto esattamente identico a quando la visura è stata prodotta (non abbiamo assunto nuovi dipendenti, non abbiamo cambiato sede legale, non abbiamo modificato in alcun modo lo Statuto o toccato l’oggetto sociale), non si sa perché ma la visura deve essere riprodotta da capo. Essenzialmente possiamo fare ciò in due modi: recandoci all’ufficio della Camera di Commercio competente, fare file interminabili e infine renderci conto che dalle otto e mezza di mattina sono passate due o tre ore; oppure, grazie al Cielo, collegarci ad uno dei tanti siti che offrono questo servizio quasi in tempo reale, sperare di non incappare in un sito-truffa, e farci rilasciare la nostra cara visura. In ogni caso la cosa non ci costerà meno di una ventina di euro. Una cosa che mi sono sempre chiesto: qualcuno può spiegarmi perché la visura perda di valore dopo sei mesi? 

E dello Spesometro, ne vogliamo parlare? Perfino i commercialisti più scafati l’hanno giudicata, oltre ad una incredibile perdita di tempo e di soldi, di una complessità tale che bisogna essere dei pirati informatici per destreggiarsi all’interno del sito dell’Agenzia delle Entrate dove, di fatto, si tratta di inserire nuovamente tutta la propria contabilità. Non sarebbe stato meglio chiedere un rendiconto fiscale alle aziende? Ogni programma di contabilità, anche il più misero, può produrre in qualche secondo la documentazione IVA, i flussi di cassa, entrate e uscite dell’azienda. Un normalissimo file in .pdf che si invia all’Amministrazione competente in caso di controllo. Invece no. Devi autenticarti sul sito dell’Agenzia delle Entrate – e già questa è una impresa- inserire nuovamente dati su dati che hai già inserito mentre preparavi la tua contabilità interna (a seconda del volume d’affari della tua azienda sono centinaia e centinaia di dati), salvare i dati con un codice alfanumerico che conosci dopo che ti leggi tutta la manualistica, inviare il file e sperare in Dio che il sistema ti permetta di monitorare i files che hai trasmesso, perché altrimenti devi andare nuovamente all’Agenzia delle Entrate, perdendo un’altra mattinata, per attivare una procedura particolare che “forzi” il tuo sistema a vedere i files che tu stesso gli hai dato. Qualcuno dirà che si potrebbe affidare il tutto ad un commercialista, magari più bravo ed esperto di noi, per semplificare la situazione. Vero, ma solo a metà. Innanzitutto è si caldamente consigliato avere un commercialista esterno, ma non obbligatorio: potrei tranquillamente gestire la mia contabilità mediante il mio gruppo di lavoro aziendale; in secondo luogo sono gli stessi commercialisti che, nella redazione dello Spesometro, hanno espresso le lamentele più sentite riguardo la macchinosità e la difficoltà dell’operazione. E se lo dicono loro… 

Si potrebbero fare decine e decine di esempi, ma i comuni denominatori, in tutti, sarebbero essenzialmente due: la perdita di tempo e la perdita di soldi di tutta una serie di attività burocratiche che portano via tempo e denaro alla tua attività, costringendoti ad inseguire più che a programmare, ad improvvisare più che a decidere.

Quasi come se lo Stato vedesse le attività imprenditoriali come dei nemici e non delle risorse per la Nazione. I nostri governanti le risorse le vedono nei fancazzisti africani che sbarcano, ogni giorno, a centinaia sulle nostre coste.

Ma questa è un’altra Storia.

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